Territorialismo

economia locale solidale.jpgPiù volte ne abbiamo scritto in queste pagine: la cultura politica nazionale (e non solo) persegue nella follia di considerare il territorio quale luogo fisico su cui sviluppare, con accanimento, le attività produttive e l’urbanizzazione sfrenata fine al solo ricavo economico. Vengono sempre ignorati quei parametri che riconoscono al territorio la valenza di risorsa, identità, opportunità: in sostanza valenza di patrimonio, un patrimonio su cui si investire, ma secondo differenti criteri, criteri su cui fondare nuove politiche anticrisi. Malgrado che da almeno una mezza dozzina di anni si autoalimenti una crisi strutturale sentiamo continuamente indicare il termine “crescita” da parte dei gruppi di comando politico/economici, i quali nel frattempo (se per opportunismo od ignoranza lo lascio decidere a voi) continuano a sostenere a spada tratta banche e multinazionali, cioè, in sostanza, le responsabili della crisi finanziaria globale. Una cosa è certa non si esce da una crisi utilizzando gli stessi modelli, gli stessi schemi che l’hanno sviluppata; il tutto è stato rimarcato anche nelle recenti politiche nazionali poste in essere per fronteggiare la crisi.

Mi appare più logico, più sano, più democratico, decisamente più sostenibile puntare invece sulla cultura dei luoghi,  al territorio inteso quale bene comune del resto è storia, su queste basi la nostra civiltà si è sviluppata e riprodotta.

La concezione di progresso maturata ha distaccato l’uomo dal suo ambiente, ha scatenato uno sproporzionato consumo di suolo, un’espansione smisurata delle urbanizzazioni ed una progressiva crisi dell’ambiente e della sicurezza del territorio, amplificata dai cambiamenti climatici; inoltre si è vissuto un allontanamento dei centri deliberativi dai luoghi ove sarebbe maturata una possibilità ed una capacità di controllo e governo da parte delle comunità locali direttamente negli ambienti di vita.

Lo abbiamo scritto più volte, occorre invece ritrovare una strategia  imperniata sulla cultura e sul “pensiero” del territorio, strategia che deve essere madre di politiche di buongoverno territoriale.

Il nostro paese si basa su una cultura territoriale fondata su molteplici identità ed un ricco patrimonio culturale e ambientale, sulla molteplicità dei paesaggi rurali, delle città storiche.

La sfida è grande ma vincibile, occorre governare valorizzando il ricco patrimonio territoriale di cui siamo dotati interfacciando le politiche culturali con quelle  ambientali, economiche e sociali.

Fortunatamente negli ultimi anni si sta sviluppando una controtendenza, una risposta del territorio alle politiche istituzionali. Quanto auspicabile qui sopra diventa una realtà concreta nelle sempre più numerose esperienze di cittadinanza attiva (comitati, movimenti, pratiche dell’abitare e del produrre di tipo comunitario e solidale, enti pubblici territoriali virtuosi). Questa centralità assegnata al territorio, alla comunità, sviluppa una sensibilità alla cura di esso, alla sua manutenzione, alla sua valorizzazione. Va sviluppandosi una sorta di conversione ecologico-territorialista dell’economia che va basandosi sulle caratteristiche  dei territori, su nuovi criteri produttivi locali di stampo associativo e su nuove forme di coscienza civica.

Va concretizzandosi una visione politica in cui la cura condivisa in comune del proprio habitat conquista sempre più un ruolo centrale  riconoscendo il cittadino attivo ed informato e le pratiche partecipative come basi di una rinascita della democrazia, capace di svincolare la nostra società dai meccanismi spesso rovinosi dell’economia globale.

Negli ambienti che si ispirano a quanto appena esposto ogni giorno si sviluppano, e si tende a concretizzarle, parecchie proposte, occorre però sviluppare alcuni standard.

 

L’aumento di qualità della vita urbana: 

Nutrire le città con cinture agricole che siano produttrici di  cibo sano a km zero (orti, frutteti, giardini, fattorie didattiche, mercati locali) ed estesi parchi agricoli dalle funzionalità, oltre che ecologiche, anche sociali; riqualificare i margini urbani (qui finisce la città, là comincia la campagna); salvaguardare le città dalle conseguenze sempre più catastrofiche del dissesto idrogeologico.

Ridare dignità alle attività primarie e al modo di produzione contadino, denso di saperi riparativi dei disastri ambientali e sociali dell’agroindustria; ridurre  l’impronta ecologica con la chiusura locale dei cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, dell’alimentazione; elevare la qualità ambientale (salvaguardia idrogeologica, qualità dell’aria, dell’acqua, delle reti ecologiche e del paesaggio). 

 

Ritornare al valore di città:

L’urbanizzazione contemporanea si è concretizzata in molteplici declinazioni di città diffusa, nella follia della megacity. In contraltare occorre proporre forme nuove (o riscoperte, se vogliamo) di modi di intendere la città, nuove formule, alternative, di organizzazione del territorio che restituiscano agli abitanti l’urbanità, lo spazio di relazione, la qualità della vita urbana ed alle identità territoriali specifiche la capacità di innovazione da investire poi nella costruzione di reti di città policentriche.

 

Sistemi socioeconomici locali:

Occorre concentrarsi, in questa sfida, anche su nuove forme di produzione della ricchezza, che sappiano trarre dalla ricostruzione dei beni patrimoniali locali le basi materiali della produzione di valore aggiunto territoriale. Va innescata una formula intesa a promuovere  i sistemi locali territoriali e le forme di scambio solidali, a mettere in valore e a gestire beni comuni territoriali, ambientali e paesaggistici, plasmando ruoli nuovi del governo del territorio nella ricerca di diversi sistemi socioeconomici, nella consapevolezza che investire in territorio, ambiente e paesaggio può produrre nuova ricchezza durevole, ovvero nuove forme di reddito, di attività produttive, di servizi ecosistemici e sociali. Da sempre mi baso su quelli che erano dei convincimenti della Rete del Nuovo Municipio e cioè che alla base di questi sistemi produttivi sta la sovranità energetica: una nuova forma di produzione che deriva da peculiari mix energetici locali fondati sulla valorizzazione integrata delle risorse naturali e territoriali in coerenza con la valorizzazione ambientale e del paesaggio. Non è sufficiente, ad esempio, passare dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili con pericolosa sufficienza e guidati magari da una nuova forma globale, occorre che queste risorse siano gestite in forme diffuse con la partecipazione consapevole delle popolazioni e dei governi locali, e che tutto ciò contribuisca a costruire le condizioni dell’autogoverno delle comunità territoriali.

Giorgio Bargna

Territorialismoultima modifica: 2013-03-23T22:36:00+00:00da giorgio_civico
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