Immaginare la democrazia

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Prima di infilarci in un nuovo ragionamento sulla forma di democrazia che prediligo consentitemi una premessa personale.

Seguo la politica sin da bambino, dal 2007 invece la pratico attivamente. In questi anni ho alternato la militanza in una lista civica con lo studio e lo sviluppo di idee, concentrandomi verso la partecipazione popolare alle scelte amministrative, verso quella che chiamo (magari erroneamente) “Democrazia Diretta e Partecipata”, quello che considero un presupposto necessario per qualsiasi amministrazione democratica e per lo sviluppo del mio sogno personale: uno stato Federale su base Municipale.

La vittoria alle recenti amministrative comunali mi ha dato la possibilità di partecipare ( in collaborazione con due consiglieri comunali ed altre persone) alla stesura di alcune modifiche dello Statuto Comunale che mirano all’istituzione della figura del “Prosindaco di Quartiere” (quale organo di ascolto e risoluzione delle problematiche di frazione), delle “Assemblee dei Cittadini” (quale mezzo di discussione e promozione di necessità che vanno a vincolare Giunta e Consiglio Comunale) e alla modifica sostanziale dell’organo referendario. Sono solo i primi punti di molte azioni da portare avanti, ma che a breve, appena approvati anche i regolamenti, saranno le prime novità funzionanti. Il fatto di non essere stato eletto mi lascia l’ampia libertà di tempo ed azione di portare avanti questi ed altri strumenti partecipativi (ne leggeremo magari nel prosieguo dell’articolo) e di impegnarmi nel tentativo di ripetere quanto successo a Cantù in comuni limitrofi, il cambiamento affinchè avvenga concretamente deve essere diffuso, non limitato ad un solo Comune che rischia solamente di affondare su se stesso se lasciato solo.

Passiamo pure al ragionamento in causa.

Democrazia è un termine che si apre a diversi significati, occorre distinguere democrazia rappresentativa e democrazia partecipata, ad esempio, nonché partecipazione e concertazione; le prime due hanno l’obbligo di integrarsi, i metodi di partecipazione e democrazia diretta debbono invece servire innanzitutto a sviluppare la concertazione tra gli attori ancor prima di portare ad una (comunque legittima) decisione “forzata”.

La democrazia rappresentativa, fine a se stessa, finisce con l’assecondare una visione e una pratica della politica intesa quale mera “amministrazione del potere” sfociando facilmente nell’oligarchia.

Ci troviamo, oggi, a ripensare la democrazia, a doverla immaginare di nuovo. Perché?

Perchè finalmente è stata sfatata la dicotomia destra/sinistra, con quanto veniva nascosto dietro a questo scenario, perchè l’implosione della società dei consumi e il definirsi del contrasto tra classe dirigente autoreferenziata e cittadini sulla soglia dell’immobilità sociale ed economica ci dischiude la possibilità di, e parimenti ci costringe, a ripensare la democrazia, a inventare nuove pratiche democratiche.

La democrazia va continuamente immaginata mediante l’invenzione, la sperimentazione di pratiche democratiche e la circolazione di conoscenza.

Nel prosieguo  parliamo di quanto concerne la proposizione di pratiche democratiche tendenti a delineare scenari di una democrazia più partecipata rispetto allo status quo.

Immaginare nuove pratiche democratiche significa ripensare l’integrazione tra democrazia rappresentativa e partecipata, ridisegnando la relazione tra saperi “comuni” e saperi “esperti”, comportando, conseguentemente, cambiamenti nella cultura organizzativa dell’amministratore e del politico.

Le proposte istituzionali sulla partecipazione vanno a riguardare anche le condotte di vita dei cittadini, ed a questo proposito si deve considerare che una legge, di per se stessa, non basta ad appassionare alla condotta di vita ch’essa intende promuovere, occorreranno sforzi immensi di immaginazione per rendere appetibile la partecipazione, e poi l’interpretazione pratica, alle scelte.Passiamo ad una rassegna di obiezioni, difficoltà e necessarie cautele

Potremmo incontrare, anzi troveremo delle difficoltà e delle obiezioni possibili alla promozione di pratiche di partecipazione, cerchiamo di ragionarci criticamente sopra, primo passo di maturazione democratica.Potremmo individuare molti possibili livelli di partecipazione, tanto per elencare: comunale, provinciale, regionale e nazionale, a me interessano principalmente il livello dei “sistemi locali”, interessanti sono i processi di

associazionismo  intercomunale, che ha come immediata conseguenza lo spostamento di funzioni e servizi dall’originario livello  comunale a quello del cosiddetto livello ottimale, che può assumere varie forme (unione di comuni, circondari,  comunità montane…) e quello di ambito cittadino.

Si riconoscono più livelli anche in ambito cittadino, e ciò comporta una serie di problemi sulla localizzazione delle pratiche, senza scomodare esempi esteri, nella nostra nazione potremmo distinguere tra paese, frazione, quartiere, circoscrizione, città, Comune, e così via. I possibili livelli di partecipazione comporta una serie di difficoltà immediate per il cittadino in termini di tempo, di competenza, di conoscenza e di investimento nell’apprendimento continuo ma soprattutto un’altra difficoltà che riguarda non tanto i cittadini, quanto i “politici”, gli eletti: è la difficoltà che hanno i consiglieri comunali, ad esempio, nel monitorare e nell’intervenire in modo competente in tutti i processi decisionali anche di Comuni relativamente piccoli o la loro difficoltà nell’essere sufficientemente elastici nell’integrarsi a questo tipo di democrazia, culturalmente non molto diffuso nel nostro paese; non a caso le aziende per la formazione e la consulenza delle Amministrazioni pubbliche hanno iniziato a lanciare, a questo proposito, corsi, seminari e proposte di executive-master.

Da sempre si dibattono una moltitudine di questioni sui limiti della partecipazione democratica nei processi decisionali, sia da parte dei rappresentanti eletti verso le possibili integrazioni dei cittadini, sia da parte della cosiddetta “società civile” rispetto agli “atti di comando” di legislatori e funzionari.

Davanti a simili presupposti, parlare di processi realmente partecipativi, diffusi e inclusivi, estesi alla cittadinanza, potrebbe apparire problematico, ma occorre sforzarsi, poiché quella branca della democrazia  partecipativa che è la democrazia deliberativa richiede, dal punto di vista concettuale, eguaglianza, inclusività e trasparenza cercando di sottrarre le discussioni alle interferenze di “media” quali il potere e il denaro.

Non è difficile dimostrare quanto l’esercizio del potere politico propenda al decisionismo, a porsi come amministrazione unidirezionale del potere: pensare pratiche diffuse di partecipazione democratica comporta uno sforzo d’immaginazione orientato a individuare luoghi intermedi tra il decisionismo , lo spontaneismo  e la neutralità dagli interessi privati. La difficoltà consiste, in questo caso, che nei luoghi intermedi albergano,oltre alla creatività, i compromessi stagnanti.

Prendo ora a prestito le parole di Luca Mori, dottore di ricerca in Filosofia politica presso l’Università di Pisa.

“Immaginare pratiche di partecipazione democratica significa, inoltre, studiare condizioni di possibilità e strumenti per una comunicazione bi-direzionale tra rappresentanti politici dei cittadini e cittadini. Nel guardare a quella che è stata definita una “nuova frontiera” nelle relazioni governo-cittadini, si presuppone l’autonoma capacità dei cittadini di proporre opzioni politiche, di argomentarle, di sceglierle a ragion veduta. Ma presupporre siffatta autonomia significa ignorare i molteplici fattori e vincoli di “dipendenza” (cognitiva, economica, emotiva, …) che limitano le possibilità partecipative dei cittadini. Significherebbe presupporre come data la soluzione del problema che ci si pone. Questa auspicata autonomia diffusa richiede, invece, investimenti formativi, capacità di comunicazione bi-direzionale e predisposizione di opportunità diffuse di apprendimento

continuo; richiede, inoltre, spazi e occasioni di socializzazione non virtuale”.

Nei riassunti degli esperti possiamo scovare i seguenti suggerimenti:

Ci sono diversi gradi possibili nella bi-direzionalità della comunicazione, si distinguono l’informazione, la consultazione  e la partecipazione attiva . Occorre prestare attenzione a non confondere, sul piano delle proposte e delle pratiche, il terzo livello con il secondo; né sottovalutare l’inevitabile sovrapporsi dei livelli nelle circostanze concrete di comunicazione. Qualche esperto ha steso la scala della partecipazione che comporta i seguenti gradi: informazione, consultazione, consulenza, co-produzione del piano, governare comune e autogoverno. Viene snervato dagli esperti un altro punto, che anch’io ritengo essenziale, riguardo la possibilità di estendere lepratiche partecipative inclusive ai gruppi più deboli, ovvero ad immigrati e gruppi etnici minoritari, anziani, giovani, e disabili.

Occorre inoltre  nel valutare il coinvolgimento o il mancato coinvolgimento dei cittadini, quanto pesino specifiche condizioni, quali ad esempio il livello d’istruzione, l’occupazione, gli orari di lavoro, il luogo di residenza, la situazione economica, l’appartenenza ad altri gruppi di socializzazione e così via; svolgendo parallelamente un’indagine su quanti sono esclusi, senza volerlo, dai processi partecipativi, e su chi invece espressamente vuole tenersene fuori; spesso si punta inoltre sulla e-democracy, va valutato bene

il gap esistente tra chi possiede e sa usare un computer e chi no, occorre senza dubbio anche la predisposizione di  spazi pubblici fisicamente usufruibili.

 

 

 

 

Ragioniamo sulle idee, gli strumenti e le pratiche

 

Prendo ancora una volta così com’è, visto che esprime bene il concetto, un ragionamento di Luca Mori:

“Promuovere processi di partecipazione inclusivi presuppone e al tempo stesso implica

la promozione dei diritti di cittadinanza. Ciò richiede, da parte del politico, la

responsabilità per garantire tali diritti e le condizioni per esercitarli.

Non bisogna limitarsi a chiedere input ai cittadini; è necessario di rispondere a tali

input, allocando opportunamente le risorse e stabilendo in modo trasparente i tempi.

Alcuni enfatizzano il principio “less is more”, specialmente laddove sia richiesta la

mobilitazione della cittadinanza: anziché moltiplicare gli incontri, si ritiene più efficace

farne pochi, decisivi, non inconcludenti; relazioni e reti di cittadini potranno essere

mantenute con opportuni strumenti di comunicazione (si sottolinea sempre, a questo

proposito, il ricorso all’ICT, con le cautele relative al digital divide). Occorrono, certo,

anche spazi pubblici per l’incontro assembleare e, ad esempio, per l’utilizzo di

postazioni internet”.

Le esperienze di pratiche partecipative a livello mondiale suggeriscono alcuni passaggi imprescindibili:

dare ai cittadini la possibilità di partecipare in tutte le fasi del processo politico

predisporre strumenti e risorse per pratiche effettivamente partecipative

lavorare sulla trasparenza dei processi e delle comunicazion;

non trasformare i cittadini in “consiglieri”, ma dare loro l’opportunità di essere

attori nell’attuazione di processi decisionali

non trascurare di rispondere alle esigenze dei cittadini come utenti di servizi

pubblici

aver cura di coinvolgere, quando necessario, campioni statisticamente

rappresentativi dei cittadini

prestare attenzione all’interesse di gruppi deboli o non organizzati, alle donne,

alle differenze generazionali, alle differenze d’idee politiche

predisporre le risorse ed attribuire le responsabilità in modo chiaro

curare il reperimento o la formazione delle competenze richieste per

l’organizzazione e la gestione dei processi

curare la coerenza tra obiettivi da un lato, e metodi di lavoro e di comunicazione

dall’altro

Organizzativamente occorre predisporre:

Strumenti e occasioni per informare e consultare

Strumenti e occasioni per processi di comunicazione bi-direzionale

Tempi e spazi

Budget e fondi

Comunicatori, reti di competenze e di esperienze

Strumenti di controllo

Strumenti di valutazione

Osservatorio sulle pratiche di partecipazione

Ecco, invece, alcuni strumenti, combinabili tra loro, atti alla promozione e all’attivazione di processi partecipativi:

Assemblee pubbliche (rassegne, proposte, commenti, analisi di casi positivi e

negativi; discussione di obiettivi concreti, esibizione e discussione di fotografie

e filmati);

Istituti di democrazia partecipativa: arene deliberative organizzate ad hoc,

prevedere forme di democrazia partecipativa negli Statuti comunali

Town-meeting

Mailing, telefono, centri informazioni, eventi, esibizioni

Pubblicità (televisioni, stampa)

Sondaggi e questionari (orali, telefonici, on-line)

Workshops, seminari, conferenze;

Meeting di residenti

Referendum

Formazione di comitati di cittadini

Corpi consultivi formali

Attività nelle scuole;

Web-forum, newsgroups

Uffici per l’informazione documentati sulle pratiche di partecipazione

Resoconti chiari e tempestivi delle pratiche di partecipazione e dei loro esiti

Concludendo questa analisi aggiungo alcuni miei vecchi link sul tema:

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/04/27/formule-di-democrazia-partecipata-1.html

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/04/29/formule-di-democrazia-partecipata-2-continua-il-concetto.html

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/05/04/formule-di-democrazia-partecipata-3-alcune-esperienze.html

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/05/05/formule-di-democrazia-partecipata-4-town-meeting.html

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/05/08/formule-di-democrazia-partecipata-5-e-tm.html

http://giorgiopartecipativo.myblog.it/archive/2008/05/12/formule-di-democrazia-partecipata-6-the-citizen-jury.html

 

 

Immaginare la democraziaultima modifica: 2013-03-23T22:15:00+00:00da giorgio_civico
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