20/11/2009

Comunità Locali, Autonomia, Responsabilità, Partecipazione (2)

9920_1173821319482_1646520685_434340_8289541_n.jpgDopo aver parlato di Comunità Locali, la forma in carne ed ossa, parliamo oggi, per una parte più istituzionale, di democrazia partecipativa, una forma di democrazia relativamente nuova, ma in fase sicura di sviluppo. Oggi se andiamo a cliccare (tanto per fare un esempio) in Google digitando  su “democrazia partecipativa” ci troviamo innanzi a circa 3 milioni di risultati, tra cui, lasciatemi il vanto, ai primi posti, le pagine di "giorgiopartecipativo". Il proliferare di interesse attivo a questa formula democratica è un evidente sintomo del disagio provocato dalle derive oligarchiche e asfittiche della democrazia rappresentativa. Se ne facciamo una analisi, anche appena approfondita, vi troviamo parecchie "causali, tuttavia, se guardiamo al contenuto di quelle pagine web troviamo veramente di tutto: giuristi che ragionano sui referendum, politologi che parlano della partecipazione elettorale, gruppi politici di base che rivendicano le primarie, social forum che si interrogano sul nuovo modello di sviluppo, sindaci che sperimentano bilanci partecipativi. Insomma sotto questo titolo pare che tutti abbiano casa, ma io vorrei, in modo sostanziale, riferirmi ad un processo riportato in una frase di Umberto Allegretti. “un relazionamento della società con le istituzioni un intervento di espressioni dirette della prima nei processi di azione delle seconde”; poi potremo aggiungerci dei surpluss, ma ne discuteremo.
Tentiamo dunque di "sdoganare" questa locuzione, spezzettando un pò questo concetto e approfondendone, secondo le mie conoscenze, i vari "aspetti".

Processo o sostanza?
Viene spesso, innanzitutto, da chiedersi se, per Democrazia Partecipativa, si intenda un processo atto a raggiungere uno scopo o se si tratti di sostanza pura, di un azione "pulita", essa inatti ha spesso alle spalle una forte motivazione politica, succede spesso che essa non sia vista come un bene in sé, ma quale mezzo politico atto al raggiungimento di alcuni risultati; magari in ricerca di giustizia sociale,  per porre un freno ai grandi interessi o cambiare il modello di sviluppo. Spesso i movimenti e i "partecipativi" cadono nella tentazione di utilizzare questo strumento per obbligare le istituzioni all'ascolto, questo è vero che nasce dalla necessità di sfondare quel muro di gomma che accerchia le istituzioni, ma è altrettanto vero che contamina la purezza della democrazia partecipativa, che è soprattutto rispetto, ascolto, collaborazione, il tutto nell'interesse del bene comune...oltre che (è inutile negarlo), in alcune forme di  Democrazia Diretta, controllo.
Vediamo insieme cosa scriveva  Alberto Magnaghi qualche tempo fà: “La democrazia partecipativa va interpretata come uno strumento di ‘liberazione’ della vita quotidiana individuale e collettiva dalle sovradeterminazioni e coazioni del mercato, un importante antidoto ai modelli della globalizzazione economica”. Magnaghi immagina un processo sociale che, grazie alla valorizzazione del ‘saper fare’ sociale e locale, sia in grado, tramite la partecipazione, di sviluppare “reti civiche e forme di autogoverno responsabile delle comunità locali contro scelte economiche, territoriali, ambientali, infrastrutturali non più riconosciute come portatrici di benessere”.
E' chiaro, come dice il vecchio adagio, che tra il dire ed il fare..., il risultato dipende, secondo me, non tanto dalla formula, ma dall'impegno e la coscienza degli attori scesi nell'arena politico-partecipativa, a volte si tratta di grandi successi, spesso naufraga; secondo, ad esempio, uno studio effettuato sondando anche alcuni tra i casi più noti e longevi di bilancio partecipativo in Italia, tempo fà risultò che le decisioni prese dalle assemblee dei cittadini risultano “poco innovative e riguardano prevalentemente interventi di ordinaria amministrazione o progetti di breve periodo”, sono scelte di basso profilo che “non sconvolgono la politica di distribuzione dell’ente, né le prerogative dei rappresentanti con cariche di governo”. Non che questi risultati non abbiamo importanza, anzi, ma io sogno sempre un qualcosa in più, ivi compresa una svolta culturale, una partecipazione è buona se tutti i soggetti sociali coinvolti hanno avuto il modo e la voglia di esprimersi, di informarsi e di contare, indipendentemente dai risultati concreti che essa consegue.
Va inoltre aggiunto che l’esperienza di alcune amministrazioni apre, poi, una questione interessante: qualcuno sta formalizzando, o ha formalizzato, la partecipazione inregolamenti e leggi con l’intento di riconoscere l’importanza di questa modalità e cercare di diffonderla all’interno dei diversi uffici o presso altri enti del territorio. L’idea dell’istituzionalizzazione della partecipazione, però, potrebbe non esser del tutto convincente: si potrebbe anche sostenere, infatti, che il valore di un’esperienza di questo tipo stia proprio nella creatività e nell’unicità di ogni processo partecipato. Bisogna, a mio modo di vedere, evitare che i processi inclusivi diventino stantii e noiosi altrimenti si corre il rischi che  la partecipazione diventi una "modalita' burocratica".

19/11/2009

Terra, un bene comune, da preservare (5)

Con il quinto capitolo concludiamo l'illustrazione del pensiero di Domenico Finiguerra (http://www.domenicofiniguerra.it/), sindaco di Cassinetta di Lugagnano. Buona lettura, Giorgio.

La politica per il bene di tutti

finiguerra.jpgIl Piano Regolatore di Cassinetta di Lugagnano e il suo processo di formazione, è stata una specie di cura. Ci ha obbligato a rivalutare tutte le azioni amministrative e a rimettere nel giusto ordine di
priorità le spese che il comune deve sostenere. Ha affermato il principio che la terra non è una risorse infinita, non è a disposizione nostra e del bilancio comunale, ma è un bene prezioso da noi gestito temporaneamente, che va curato a favore delle prossime generazioni affinché ne possano godere i frutti. Ripensare l'urbanistica, restituendo dignità alla pianificazione territoriale e rimettendola nelle
mani del soggetto pubblico, ha comportato un radicale cambio di prospettiva che ha modificato completamente il quadro entro il quale si assumono le decisioni che riguardano il destino del territorio, siano esse scelte urbanistiche o relative alle infrastrutture. L’attenzione, il rispetto e l’oculatezza nella gestione del territorio ha scatenato un’influenza a 360°, in tutte le sfere della politica amministrativa, restituendo lo smalto all'impegno nelle istituzioni. Ci ha fatto incontrare un nuovo e diverso modo di fare politica. Ha condizionato e migliorato la politica stessa. L'ha resa più bella, più affascinante, più emozionante. Perché le ha fatto ritrovare la prima definizione datale da Aristotele, per il quale la politica è l'amministrazione della "polis", la comunità, per il bene di tutti. Una bella politica apprezzata dai cittadini che, come già detto, pochi mesi dopo l'approvazione del piano regolatore a Crescita Zero, ci hanno riconfermato alla guida di Cassinetta di Lugagnano. Un'esperienza meravigliosa, resa possibile grazie ad un gruppo di persone straordinarie, che hanno rinunciato a molta parte del loro tempo per dedicarsi al bene della comunità: la Lista Civica Per Cassinetta. Amici e compagni che nonostante la fatica e i sacrifici che ciò comporta, hanno deciso di “cambiare il paese e non di cambiare paese”

Dall'intervento di Domenico Finiguerra all'Accademia dei Colloqui di Dobbiaco,26 settembre 2009
“Negli ultimi mesi ho avuto diverse occasioni di partecipare a convegni e dibattiti. E via via, un dubbio si è trasformato in certezza. Se io e la mia lista civica non ci fossimo presentati alle elezioni amministrative del 2002, saremmo rimasti un buon gruppo di pressione esterno, ma nulla di più. Avremmo cercato di spingere l’amministrazione a non consumare troppo territorio, sperando nel buon senso, ma nulla di più. Se non ci fossimo presentati alle elezioni, mettendoci in gioco, non avremmo potuto realizzare la nostra piccola esperienza e oggi non sarei qui a parlarvene. Cosa voglio dire? Se tutti quelli che si impegnano e si sforzano per mettere in discussione il modello di sviluppo vigente e dominante, non organizzano la loro irruzione pacifica nella politica; se tutte le realtà, i movimenti, le associazioni, gli studiosi, gli amministratori, che contestano la società della crescita, del consumismo, del saccheggio del territorio e dei beni comuni, e che affondano i propri convincimenti e le proprie azioni nella consapevolezza che bisogna invertire la rotta, non passano dalla teoria alla pratica; se tutte questi soggetti non escono dalle sale per convegni e dai dibattiti accademici, per dedicarsi alla costruzione di una vera alternativa politica e passando all’azione concreta, diventando nuova classe dirigente, per compiere direttamente le scelte necessarie al salvare il paese e il pianeta; se non si compie questo salto di livello verso la politica attiva, saremo destinati ad osservare impotenti l’affondamento del Titanic. Dobbiamo avere il coraggio non solo di strappare il microfono dalle mani di chi cerca di distrarre abilmente i passeggeri ignari della nave, ma anche di prendere il comando della nave stessa per poter salvare tutti. Perché su questa nave non ci siamo solo noi, ma anche i nostri figli e i figli dei nostri figli.”

Domenico Finiguerra nasce a Milano il 3 settembre 1971.
Dal 2002 è il Sindaco di Cassinetta di Lugagnano alla guida della lista civica Per Cassinetta.
E' componente del direttivo dell'Associazione Rete Nuovo Municipio e dal settembre 2009 del comitato direttivo dell'associazione Comuni Virtuosi.
E' promotore, insieme a molti altri, della campagna e del movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio che il 24 gennaio 2009 ha preso avvio da Cassinetta di Lugagnano.
Ha contribuito a “L'Anticasta, l'Italia che funziona”,un libro per quanti hanno deciso di cambiare il paese e non di cambiare paese, di Marco Boschini e Michele Dotti, edito da EMI.
Il Comune di Cassinetta di Lugagnano (MI) è un comune del Parco del Ticino, riserva della Biosfera Unesco.
Aderisce alla Rete dei Comuni Solidali (RECOSOL) e a Mayor for Peace.
Ha vinto il Premio Comuni a 5 Stelle edizione 2008 organizzato dall'Associazione Comuni Virtuosi, nella categoria “Gestione del Territorio”.
Il 19 aprile 2009 ha ricevuto presso il Presidio NO TAV di Borgone di Susa, il Premio intitolato a
Bruno Carli dal Valsusa Filmfest e riservato ai territori resistenti.
Il 31 maggio 2009, Report, la trasmissione di Milena Gabanelli, ne ha raccontato l'esperienza
nell'ambito della puntata curata da Michele Buono “Il male comune”.
Ma ha una malattia molto grave: il consumo di territorio. Un cancro che avanza ogni giorno alla velocità di oltre 100 Kmq all'anno, 30 ettari al giorno, 200 mq al minuto. Dal 1950 ad oggi, un'area grande quanto il Trentino Alto Adige e la Campania è stata seppellita sotto il cemento. Il limite di non ritorno, superato il quale l’ecosistema Italia non sarà più in grado di autoriprodursi è sempre più vicino. Ma nessuno se ne cura. Fertili pianure agricole, romantiche coste marine, affascinanti pendenze montane e armoniose curve collinari, sono quotidianamente sottoposte alla minaccia, all’attacco e all’invasione di betoniere, trivelle, ruspe e mostri di asfalto. Non vi è angolo d’Italia in cui non vi sia almeno un progetto a base di gettate di cemento: piani urbanistici e speculazioni
edilizie, residenziali e industriali; insediamenti commerciali e logistici; grandi opere autostradali e ferroviarie; porti e aeroporti, turistici, civili e militari. Non si può andare avanti così!
La natura, la terra, l’acqua non sono risorse infinite. Il paese è al dissesto idrogeologico, il patrimonio paesaggistico e artistico rischia di essere irreversibilmente compromesso, l’agricoltura scivola verso un impoverimento senza ritorno, le identità culturali e le peculiarità di ciascun territorio e di ogni città, sembrano destinate a confluire in un unico, uniforme e grigio contenitore indistinto.
La Terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Curiamola!

17/11/2009

Comunità Locali, Autonomia, Responsabilità, Partecipazione

Lo spunto
comunità.jpgTempo fà scaricai (non ricordo più da dove) uno studio sulle comunità locali, da qui partiamo con questa serie di post, il cui titolo non lascia dubbi sulle finalità.
Il testo partiva asserendo che "La relazione tra comunità e società, se si pone come relazione tra una parte e il tutto, presenta aspetti di intrinseca incompatibilità, che si sviluppano col crescere dell’egemonia che la società, in qualsiasi modo la si intenda (stato, nazione, città ecc.), intende imporre alla comunità."
Questo lo abbiamo già appurato, anche in queste pagine, credo, più volte; è scritto nella storia del nostro pianeta che questi due andamenti si ripetono nel tempo:
-là dove la società si amplifica, configurandosi spesso in stato, le comunità locali (quindi anche le famiglie, che ne sono il fulcro) perdono terreno
-là dove una società più ampia od addirittura uno stato tendono a sfaldarsi, subito, le comunità locali tendono a risorgere, riemergendo da uno stato, solo apparentemente, dormiente che le aveva sin li ospitate; qui, lo studio di cui sopra, poneva un attenzione pertinente sull’ascesa e il declino dello stato romano.

La storia del resto ci parla dell'immortalità dimostrata dalle comunità, abbiamo visto lottare strenuamente, per non lasciarsi sopraffare, le poleis greche, i comuni italiani del XIII e XIV secolo, le minoranze etniche e religiose di ieri e di oggi; anche dopo una pesante sconfitta sono in grado di rimanere per lunghissimi periodi in uno stato dormiente, pronte a risorgere innanzi al minimo spiraglio di ripresa dello spazio sottratto..
Nella modernità occidentale quando si parla di  "comunità" spesso si equivoca, se ne fà un uso metaforico, privo dei fondamenti, che qui spesso rimarchiamo, in realtà i sociologi, invece, quando trattano di comunità si riferiscono alla  “comunità locale”, cioè ad un gruppo omogeneo di persone insediate su un territorio, nel tempo, è ormai certo, la base territoriale garantisce stabilità.

Lo studio di cui accennavamo all'inizio affermava che una comunità locale è:
a. un sistema socio-economico che svolge al suo interno la maggior parte o tutte le funzioni che ne assicurano la sopravvivenza,
b. dotato di un territorio definito
c. e, sebbene interagisca con l’ambiente esterno umano e fisico, mantiene nei confronti di questo una sua specifica unità

Sul dizionario di sociologia di Luciano Gallino troviamo la seguente desrizione:
“ Popolazione, gruppo di dimensioni ridotte — da alcune centinaia a poche decine di migliaia di membri — che vive stabilmente entro un territorio delimitato e riconosciuto come suo sia all’interno che all’esterno, non sempre dotato di un governo formalmente istituito, ma sufficientemente grande, differenziato e attrezzato da poter abbracciare tutti i principali aspetti della vita associata: lavoro, famiglia, educazione, commercio, assistenza, pratiche religiose, ricreazione, ecc.; minima entità territoriale che soddisfa a tali requisiti la comunità locale è stata spesso considerata la sede privilegiata dell’agire di comunità ”

Nel nostro paese, i rari studi compiuti dal dopoguerra in avanti (lasso di tempo in cui, comunque, le istituzioni hanno cercato di falcidiare le comunità) pongono al centro dell’analisi le trasformazioni che la struttura
sociale delle Comunità locali hanno subito a causa dell’industrializzazione e del declino della cultura contadina.

Dagli studi emerge il concetto di Comunità come un sistema sociale e spaziale di dimensioni relativamente ridotte; questa logistica socio-territoriale consente alla maggior parte dei suoi membri di avere una
conoscenza ed esperienza personale e diretta delle attività, degli orientamenti, della posizione sociale, dei connotati degli altri. Questo particolare "modus operandi"  origina una forma peculiare di solidarietà
e di identità soggettiva in grado legare affettivamente le persone a quel territorio ed a quella popolazione più che ad ogni altro.

Credo che oggi nessuno possa contestarmi l'affermazione, quando nego la possibilità di chiamare Comunità le grandi città, le quali, ormai, hanno perso questo titolo, che a loro toccava qualche decennio fà; toglieremo quindi dai protagonisti del cambiamento le città, cambiamento che come spesso nella storia è successo, si baserà sulle diverse accezioni del concetto di Comunità Locali, le quali spesso hanno ispirato vari progetti di riforma dell’organizzazione statale, intesi a fare della Comunità il modulo base su cui questa dovrebbe fondarsi. Tra i vari, uno dei più fondati fu probabilmente quello proposto nell'immediato secondo dopoguerra da Adriano Olivetti (1946, 1948), di cui va ricordata la capacità di anticipare le istanze a favore di una democrazia dal basso, centrata su aree socialmente integrate tipo i quartieri, emersi con forza un
quarto di secolo dopo, intorno agli anni ‘70, quale reazione al gigantismo anomico delle metropoli ed allo sradicamento socioculturale che vi si accompagna.

Di Olivetti vi lascio un pensiero:
LA NOSTRA PICCOLA PATRIA
"Cos’è dunque la nostra Comunità? È il luogo d’incontro del tuo prossimo. (Ricordate bene: il vostro prossimo è quello che potete e dovete soccorrere perché il destino l’ha posto davanti a voi, perché l’avete incontrato).Ma nella solidarietà che ti unisce al tuo fratello germano, al tuo fratello Veneto o calabrese, ed al tuo fratello più lontano, di altra razza e di altro popolo, vi sono legami, dei fili invisibili che non sono uguali perché corrispondono a tre differenti comunità viventi: la famiglia, la patria e la società universale. Ma tra la famiglia e la patria c’è un vuoto, un vuoto che deve essere richiamato alla vita. È quello di una piccola patria intorno alla città natale, lo spazio vitale dove si esprime la nostra vita sociale, la natura che ci è intorno, monti, colline, campagna.
Questa, l’abbiamo già descritta, è la nostra Comunità. Questa piccola patria non è riconoscibile ovunque, perché la città ha ucciso la natura con una separazione che non può più a lungo continuare.Perciò la Comunità è storia che si fa ogni giorno ed un giorno sarà cosa viva, quando avrà operato a lungo nelle coscienze ove alberga già in potenza il desiderio di verde e di pace del desolato uomo moderno, quando avrà anche operato nella materia costruendo unità residenziali e villaggi nuovi che gli architetti hanno progettato per avvicinare la natura alla vita.
Ma la Comunità sorta come un ingranaggio amministrativo avrà anche vita spirituale nell’esercizio della solidarietà e della fratellanza, quando sarà ed allora soltanto veramente «una comunità cristiana»."


Con quest'ultimo concetto di Olivetti, adattiamo le nostre comunità locali anche alla tradizione Cristiana:la Chiesa non si divide, forse, strutturalmente, in Parrocchie? E cosa sono le Parrocchie, se non Comunità Locali di Credenti?

Sottolineiamo inoltre il punto in cui la comunità può essere intesa anche come un' estensione della famiglia, non prendiamola proprio nel vero senso della parola, ma immaginiamo un qualcosa che si riconosce in se, sapendo di avere al proprio interno una storia, una cultura, una lingua, un arte lavorativa; insomma un insieme armonico di valori che fa si di sentirsi appartenenti allo stesso ceppo geneacologico.
Oggi purtroppo, in Italia, causa la politica secessionista della Lega, chi parla di Autonomia Locale viene tacciato di irresponsabilità e isolazionismo (in verità anche di razzismo); vi assicuro non è il caso mio. Io, e chi tra quanti fanno  politica insieme a me si interessa a temi extracanturini, intendiamo ciò che descrivo come Autonomia Locale punto di partenza per una Confederazione di Culture, italiane ed europee, e non come la voglia di separatismo.

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